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“TERRA BRUCIATA” VIAGGIO ATTRAVERSO LE FERITE DELLA CRISI CLIMATICA IN ITALIA PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Campus   
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“Terra bruciata” (Rizzoli, settembre 2020), è un bellissimo libro di Stefano Liberti, giornalista, scrittore e regista di documentari (tra cui il noto “Soyalism”, con Enrico Parenti, 2018).

Un’inchiesta sul campo raccontata con grande capacità evocativa, una fluidità narrativa e una chiarezza divulgativa non comuni, per un nobile scopo: sensibilizzare l’opinione pubblica, in particolare quella italiana, rispetto alla necessità urgente di azioni per affrontare le attuali e future conseguenze dei cambiamenti climatici già ampiamente tangibili e allarmanti sul nostro territorio nazionale.

Scuotere le coscienze, anche politiche, che hanno rimosso il problema, forse perché risolverlo non è affatto semplice. E la prevenzione ancora non genera molto consenso.

La percezione degli stravolgimenti e dei danni dovuti alla crisi climatica, in alcuni contesti, è invece impressionante, più di quanto non si avverta dalle inquinate e inquinanti città.

Il libro trasmette la toccante scoperta di ecosistemi stravolti, ma con un approfondimento che consente di ragionarci, di collegare la storia recente, le cause, e talvolta le colpe, dei disastri con le previsioni scientifiche e i possibili destini delle zone coperte. Viene voglia di attivarsi, intervenire, e cercare di cambiare il corso della storia ambientale dell’Italia. Italia che viene giustamente definita, assieme al Mediterraneo, un “hotspot” del cambiamento climatico. Cioè un luogo dove “gli effetti del riscaldamento globale si misurano in modo maggiore che altrove”.

Anche se, come dice altrove Liberti, manca una “cabina di regia nazionale per affrontare quello che è universalmente considerato il maggior pericolo dei nostri tempi”.

Sono molti i pregi e le interessanti sorprese di questo scritto. Proviamo ad individuarne alcuni.

È un’esplorazione che porta il lettore a capire, approfondire e visualizzare mentalmente dei luoghi bellissimi, ma purtroppo anche le rispettive tragedie ambientali descritte. A volte si sentirebbe il desiderio di vedere le foto dei luoghi e delle persone, per integrare l’immaginazione che proietta nella mente gli scenari descritti…il lettore vorrebbe vedere dov’era quel tratto di fiume, com’era fatto quell’appartamento allagato a Venezia, come si presentava il ghiacciaio in ritirata, quali facce avevano gli altri visitatori scioccati…quasi a conferma o smentita di quanto ha pensato leggendo.

L’immersione avviene anche con l’aiuto di persone del luogo e selezionati esperti, uomini e donne, di cui si dipinge il lato umano, le competenze, l’aspetto, la parlantina, il carattere, i modi, le motivazioni e la biografia. Individui sensibili alla tutela dei loro luoghi, guardiani di enti e tecnici di istituzioni, studiosi e guide navigate e spesso anche ultimi custodi di aree trascurate, che necessitano di cure, e risorse, e decisioni politiche atte a proteggerle, valorizzarle.

DA NORD A SUD DELLO STIVALE.
Dallo scioglimento dei ghiacciai al delta del Pò.

Dai ghiacciai della Valle D’Aosta, che si sciolgono a velocità spaventosa, alla sorgente del Po', che risente del minor afflusso di acqua dai ghiacciai. Dal corso del fiume al suo delta ormai stretto tra mille problemi, compreso l’innalzamento del mare che fa mischiare l’acqua salata a quella dolce, generando stravolgimenti di vario genere.

Il Po', in parte abbandonato e in generale non valorizzato, neanche come via di navigazione, è un ecosistema da tenere vivo. Mentre gli esperti registrano precipitazioni assai meno frequenti, ma improvvise e copiose che fanno oscillare il fiume tra piene ravvicinate e periodi di siccità che lo svuotano.

O, per dirla come l’esperto navigatore che accompagna l’autore, il Po' “ormai fa le magre e le piene quando più gli pare”.

Lungo il fiume e, si potrebbe dire, lungo il libro, si ha la sensazione di incontrare diversi Virgilio che spiegano a Dante quali siano le pene del Purgatorio che gli ecosistemi locali stanno patendo…quali le colpe, le storie e le cause delle sofferenze prima indotte e ora subite dall’uomo, quali le possibili strade da percorrere per rimediare, col pentimento e con l’azione.

Alcuni fenomeni, sono già a grandi linee conosciuti dai cittadini attenti, ma sono troppo spesso percepiti o trattati come distanti, come problemi globali verso cui non si può fare molto, e che in fondo non ci riguardano ancora abbastanza. Bene, nel testo la loro natura, e la drammatica urgenza e portata emergono sempre. E si capisce anche chi sta studiando la situazione, chi sta lottando e chi invece si gira dall’altra parte.

 

Il Mediterraneo come hotspot

L’innalzamento del mar Mediterraneo, ad esempio, andrà dai 95 ai 130 cm. nei prossimi 80 anni, secondo gli studi dell’ENEA, portati avanti con il Mit di Boston e con l’ausilio delle stime più globali dell’IPCC (l’Intergovernamental Panel on Climate Change, ente dell’ONU noto soprattutto per gli autorevolissimi report di valutazione sul cambiamento climatico che escono ogni 6 anni).

 Questo significa che un’area di circa 5.700 km2, un’area grande quanto la Liguria, finirà sott’acqua lungo le nostre coste. Immaginare la superficie italiana perdere tanta terra quanto una delle nostre regioni rende l’idea di uno dei disastri che ci vengono incontro.

Quello che stupisce è a questo punto la mancanza di un’adeguata copertura mediatica che stimoli l’opinione pubblica e la politica a considerare urgenti, prioritarie e di rilevanza nazionale le questioni del riscaldamento globale.

Venezia, l’acqua alta e il MOSE

Dell’innalzamento dei mari, e della nota acqua alta, soffre, sempre più spesso e in modo sempre più grave, la meravigliosa Venezia, i cui abitanti, pur molto capaci di adattarsi ai disagi, di contrastarli e di reagire prontamente alle frequenti sirene che preannunciano gli allagamenti dei negozi, dei ristoranti e perfino della cattedrale di San Marco, sono stati sempre più spesso colti da fenomeni davvero difficili da gestire.

L’acqua alta è un fenomeno che va intensificandosi, e lascerà sempre più spesso Piazza San Marco sott’acqua. Ha molte concause, come viene spiegato nel suggestivo capitolo “Venezia che muore”: l’influenza astronomica (in particolare le maree generate dall’attrazione lunare e solare dell’acqua), la subsidenza lenta (abbassamento progressivo della città lagunare), l’aspetto meteorologico (la bassa pressione che fa innalzare ulteriormente il mare e l’arrivo di venti forti da Sud Est, non sempre prevedibili, in particolare lo scirocco).

Ma a tutte queste concause si è aggiunto l’innalzamento del mare dovuto al riscaldamento del pianeta, innalzamento che è previsto tra i 24 e i 40 cm. da qui al 2050 in funzione degli scenari che si prendono in considerazione.

Da Venezia ad analizzare cos’è, e cosa è stato, il MOSE, il passo è breve, anche se non semplice. Emergono aspetti tecnici ed economici nella perlustrazione dei luoghi più importanti per quest’enorme opera così discussa e costosa (anche nella manutenzione).

Sorprende scoprire che perfino i dati estrapolati dai quadri del Canaletto (nelle tele veneziane dal 1720 al 1765), come l’osservazione della cintura delle alghe sugli edifici dell’epoca, sono stati confrontati con i moderni dati, anche satellitari, e utilizzati per capire l’impatto dell’uomo nella subsidenza, e perché e quanto è cresciuto il livello del mare in tre secoli.

La tempesta “Vaia”: strage di alberi per venti da 200 km/h.

Altra catastrofe naturale indirettamente imputabile all’uomo, è stata la cosiddetta tempesta “Vaia”, (che non è una ridente località, ma prende il nome da una manager tedesca, a cui il fratello comprò regolarmente, per circa 200€ + IVA e regalò, attraverso l’istituto meteo della Libera Università di Berlino, l’intitolazione di un’area di bassa pressione, prima che si verificasse la tragedia poi connessa a quel fenomeno meteorologico). Questa tempesta nel Triveneto, colpendo un’area di 41.000 ha., fece strage di 16 milioni di alberi con venti da 200km/h.

E alle sue origini ci sarebbe stata una insolita mega-perturbazione pare strettamente connessa con il riscaldamento del Mediterraneo. Si comincia a capire meglio, quanto siano interconnesse le catastrofi ambientali con le mutate condizioni di aree distanti. E quanto sia importante una risposta collettiva, non solo locale e lasciata all’iniziativa lodevole di pochi.

L’adattamento degli agricoltori

Parte del libro è dedicata agli agricoltori coraggiosi, e affronta ad esempio il tema della tropicalizzazione della Sicilia, terra che è un hotspot nell’hotspot, delle proprietà anti-desertificazione del fico d’India, dell’adattamento delle coltivazioni alle nuove temperature (mango, avocado).

E si affronta il tema delle specie aliene, in molti casi dannose, arrivate o diffusesi in Italia in seguito alla globalizzazione e al cambiamento climatico.

La sofferenza delle api che lavorano anche per noi.

Si parla poi delle povere api, in sofferenza e morenti, a causa del caldo precoce e delle stagioni sballate, che anticipano e stravolgono le loro abitudini e i loro ritmi, e anche l’ambiente in cui devono “lavorare”. E si scopre un incredibile universo di diverse “professioni” e funzioni fondamentali che svolgono le api nel corso della loro breve ed avvincente vita. Viene da chiedersi come possano avere innata la capacità (o la capacità di apprendimento), per ricoprire in soli 21 giorni e in sequenza il ruolo di api: spazzine, nutrici, ceraiole, ventilatrici, magazziniere e guardiane (per una descrizione accurata delle attività si rimanda al capitolo “La scomparsa delle api”). Poi diventano “bottinatrici”, cioè cercatrici di cibo, polline, acqua, fino alla morte che avviene dopo altre 2,3 settimane. Non sono previste ferie in questa vita di 40 giorni. Fanno tutto questo per istinto, suppongo, ma anche per la loro comunità, per cui sono pronte a morire. E finché sopravvivono, ne traiamo vantaggio noi, la flora, e in senso lato la sussistenza della vita nel mondo come lo conosciamo.

L’urgenza di elaborare e implementare strategie di mitigazione e adattamento.

Quanta ricchezza naturale stiamo mettendo in pericolo, girando la testa dall’altra parte.

E quanto sono inadeguate le misure messe in campo finora se è vero, ad esempio, che in Italia la temperatura è salita di 2,2 gradi dal periodo preindustriale e che sta crescendo in media di 0,44 gradi centigradi al decennio dal 1980. E colpisce che – ad esempio - il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici del luglio 2017 (il PNACC), giaccia senza essere implementato.

Sembra a tratti, mentre si legge, di aver visto un film drammatico, allarmante, seppure bello. Tratto da una storia vera, e che lascia il segno con le testimonianze di cittadini, agricoltori, imprenditori, tecnici, scienziati, che parlano in prima persona del proprio vissuto quotidiano e che hanno dovuto cambiare la propria vita o la propria attività lavorativa per far fronte ai cambiamenti del clima. La descrizione degli ambienti e degli avvenimenti, è molto cinematografica nella sua drammaticità. Si immaginano lunghe panoramiche, piani sequenza, dialoghi, personaggi, mentre le parole raccontano quello che sta succedendo all’ambiente nel nostro Paese…non in un altro emisfero, non al Polo Nord. Con le spiegazioni scientifiche e tecniche si facilita la comprensione razionale. I fenomeni e i disastri, che non sempre percepiamo gravi e interconnessi, qui sono ravvicinati, inquadrati, spiegati e messi a fuoco. E in Italia, come attestano ad esempio, l’ ”European Severe Weather Database”, e come spiega l’ultimo report di “Italy for Climate” della Fondazione Sviluppo Sostenibile, gli eventi estremi sono in rapidissimo aumento (tornado, trombe d’aria o marine, piogge torrenziali e inondazioni, grandinate forti, raffiche di vento, ondate di calore…) e comportano anche danni economici ingentissimi, previsti in crescita fino all’8% del PIL, dalla metà del secolo. Questa lettura toglie molti dubbi e molti alibi all’indifferenza. E grida con prove inconfutabili che c’è necessità di agire subito.

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