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Aspettative, critiche costruttive e speranze per il Green Deal Europeo ed il PNIEC. PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Campus   
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Riflessioni dal convegno “I nuovi paradigmi della transizione climatica”

Si è svolto il 13 febbraio 2020 l’interessante evento dal titolo “I nuovi paradigmi della transizione climatica”, presso lo Spazio Europa di Roma.Evento organizzato con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e dal Kyoto Club.

Il “clima” dell’evento è stato sicuramente utile a capire le diverse prospettive da cui si può guardare il Green Deal Europeo e il Piano Nazionale Energia e Clima. Sono emerse analisi comprensibili anche ai non addetti ai lavori, tant’è che erano presenti anche scolaresche, giustamente sensibilizzate dai docenti verso queste tematiche.

Si è partito dall’illustrazione di dati allarmanti dello stato del riscaldamento globale. Le concentrazioni di CO2 hanno superato le 400 parti per milione (413 secondo alcune stime). Considerando che negli anni ’50 erano intorno ai 310-320 ppm si tratta di un innalzamento impressionante. Secondo l’ultimo report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), del 2019 le attività umane hanno causato un innalzamento della temperatura di circa 1ºC rispetto ai livelli pre-industriali. E la tendenza è molto preoccupante. Molto più di quanto non si percepisca seguendo i normali telegiornali e in generale la inadeguata copertura mediatica, che relegano questa tematica in un piano che definire secondario è un eufemismo.

Secondo alcune stime è molto difficile, seppure ancora possibile, mantenere il riscaldamento del pianeta a soli 1,5º dal momento che la velocità di riscaldamento lascia temere che si raggiunga questo livello rapidamente…forse già entro il 2032. Ogni contenimento o aumento delle temperature può apportare una differenza importante. Milioni di persone possono essere esposte all’innalzamento dei mari e degli oceani sulle coste, scarsità d’acqua e di raccolti, migrazioni, conflitti.

Il fenomeno del riscaldamento globale sta già presentando eventi estremi (ondate di calore, scioglimento dei ghiacciai, riscaldamento degli oceani, migrazioni di animali, cui si aggiungono e si aggiungeranno quelle umane in seguito agli stravolgimenti sociali e naturali, problemi di approvvigionamento alimentare, problemi relativi all’agricoltura, alla presenza di api, distruzione della biodiversità, cambiamenti della presenza della flora, temperature assolutamente insolite come i 18ºC registrati recentemente nell’Antartide). I suoli trattengono inoltre carbonio intrappolato.

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Operazioni che possano rimuovere la CO2 dall’atmosfera potrebbero aiutare la situazione ma sono soluzioni che su larga scala non sono state sperimentate e che non si sa quanto possano essere attuabili. Tuttavia è essenziale cercare di sottrarre CO2 e investire anche sulle tecnologie che tolgono a valle, non solo su quelle che rimuovono le emissioni a monte, che pure rappresentano decisamente la speranza maggiore. 

La soluzione principale al momento sembra essere la riduzione radicale di emissioni di GHG (gas a effetto serra), e in particolare di CO2 a livello globale.
Ma le politiche andrebbero coordinate e attuate con determinazione a livello globale, anche se ovviamente ogni Paese può cercare di fare del suo meglio “nonostante” non sia sempre circondato da buoni esempi.

I decisori politici, in possesso degli studi dell’IPCC e di altre autorevoli fonti, srebbero nelle condizioni di attuare con urgenza e efficacia nella direzione che razionalmente sembrerebbe obbligata e dovuta, ma si vedono moltissimi segnali irritanti.
Solo per citare qualche esempio, in Brasile, negli USA, in Russia, in Indonesia, in Australia…ci sono stati incendi, talvolta perfino dolosi, di dimensioni spaventose, che hanno distrutto superfici enormi di vegetazione che se preservata e protetta può portare a una difesa dell’ambiente.

Le reazioni dei governi per limitare questi incendi e affrontarli seriamente, sono state criticate per insufficienza di risorse investite e di prevenzione (che dovrebbe essere preparata presumibilmente nei rispettivi inverni dei vari Paesi).
La salvaguardia dei suoli, e anche dei sottosuoli, è stata individuata come una priorità dall’UE, che ha definito come “Mission Soil health and food” quella che tutela tra le altre cose la fertilità e la biodiversità del suolo.
Molti Paesi fanno ancora affidamento sul carbone come principale fonte di approvvigionamento energetico, specialmente fuori dall’UE.

La Cina ad esempio Tutti i rischi associati ad un mondo a +2 gradi sono molto più preoccupanti di quelli che riguarderebbero un mondo a +1,5 gradi, già comunque drammatici. Quello che emerge è comunque che l’aspetto del comportamento dei cittadini è fondamentale per ridurre il riscaldamento globale e le emissioni. La decarbonizzazione può avere successo solo con l’adesione e la collaborazione della popolazione. Le scelte quotidiane sono assolutamente importanti relativamente alla riduzione del consumo di energia, alla selezione delle fonti di energia, dalle abitudini alimentari alla propensione per l’economia circolare e al riciclo in genere. Ad esempio, alcuni rifiuti di natura organica potrebbero essere utilizzati come fertilizzanti invece che inceneriti.

Dunque l’Europa si pone come obbiettivo di diventare il primo continente al mondo Carbon neutral nel 2050. In realtà l’obbiettivo, per quanto ambizioso, risulta difficile da raggiungere in mancanza di un impegno determinato da parte dei governi attuali e dei prossimi decenni. Inoltre purtroppo non sarà certamente sufficiente se non è affiancato da uno sforzo degli altri continenti.

L’Europa però può svolgere un ruolo pioneristico, ad esempio sfruttando tutte le possibili ”armi” di riduzione di emissioni di GHG, come l’efficienza energetica, la CCS (carbon capture and storage – cattura e stoccaggio di carbonio), il cambiamento di produzione di acciaio basato su riciclo di acciaio e alimentato dall’ elettricità proveniente da fonti rinnovabili, e di cemento prodotto a basse emissioni di carbonio, la scelta di materiali e risorse riciclate ed ecosostenibili, cercando di usare un mix energetico tendente sempre più alle rinnovabili. C’è insomma bisogno di una combinazione e di una azione collettiva di soluzioni alternative alle attuali.
A questo scopo è stato creato (e illustrato durante l’evento), EU CAL, un modello che coinvolge una serie di variabili per analizzare le possibili soluzioni e gli impatti delle implementazioni di scelte diverse. Lo scenario BAU (Business As Usual), non è compatibile con gli obbiettivi preposti e sarebbe un disastro molto peggiore di quello a cui stiamo rapidamente andando incontro. 3 Bisogna riconoscere all’UE una volontà di pianificazione seria e la decisione di stanziare ingenti finanziamenti per raggiungere l’obbiettivo preposto.

Certo è che per alcuni operatori e commentatori, il PNIEC, per quanto approvato, salvo qualche riserva sul possibile incremento di termodinamico, sembrerebbe essere decisamente migliorabile. E’ vero comunque che sarà sottoposto a revisioni costanti.
Sono state comunque evidenziate, proprio dal Ministero dell’Ambiente, le cosiddette “coppie pericolose”, cioè attività che presentano dei problemi…ad esempio il fotovoltaico e il relativo consumo di suolo, con la tuttora attesa identificazione delle aree idonee in cui le AU vengano concesse più facilmente che in passato, l’eolico e la tutela del paesaggio, e via discorrendo.

Ma anche gli aspetti positivi…primo fra tutti il phase out dal carbone nel 2025. Pare che i tavoli sulla dismissione delle centrali stiano procedendo, seppure non senza problemi da risolvere. Quello che Francesco Ferrante però evidenziava, è che se il PNIEC ha incassato il plauso dell’UE, non per questo rispetta l’obbiettivo di mantenere l’innalzamento della temperatura nei limiti indicati (non oltre 1,5ºC entro il 2050) e auspicati.
Addirittura secondo le osservazioni depositate alla prima versione del PNIEC da Legambiente, l’obbiettivo a cui l’Europa, continente ricco, dovrebbe puntare, è di raggiungere zero emissioni entro il 2040, con un decennio di anticipo rispetto al target attualmente fissato. Legambiente, continuava nella sua analisi già a maggio 2019, con critiche rivolte ancora oggi da diversi soggetti…evidenziando come, secondo la bozza del PNIEC, fosse sbilanciata a dopo il 2024 l’accelerazione sugli investimenti e come la previsione di nuovi impulsi alle rinnovabili non fosse credibile in mancanza di un quadro normativo chiaro e facilitatore, che sostenga e acceleri fin da subito il comparto.
Le osservazioni battevano inoltre sulla necessità di ridurre il gas (non incrementarlo), di togliere progressivamente gli incentivi concessi sotto varie forme alle fonti fossili (18,8 miliardi secondo le loro stime) facendoli totalmente estinguere nel 2025, rendendo disponibili questi soldi per altri scopi ambientali.

Mancherebbe inoltre una pianificazione della riduzione del parco di auto circolanti, andando verso biocarburanti avanzati e auto elettriche e un potenziamento dei trasporti pubblici urbani.

Mancherebbe poi un piano di adattamento al clima, un piano concreto per le foreste, l’agricoltura e la transizione del trasporto merci da gomma a rotaie. Mancano inoltre, a detta di molti esperti analisti, le indicazioni su come realizzare ad esempio l’incremento previsto di quota di energia rinnovabile (solare in primis), se non si velocizzano ad esempio i processi autorizzativi e non si sblocca il tema dell’onere economico delle bonifiche in siti che necessitano di bonifica prima delle costruzioni degli impianti. In sostanza, a detta di molti, dentro e fuori dal convegno, una maggiore ambizione del PNIEC, sarebbe non solo gradita, ma necessaria per rispettare gli accordi di Parigi e tener in debito conto il rapporto dell’IPCC, e superare le aspettative dell’UE potrebbe farci eccellere, non certo danneggiarci.

Altro elemento che è emerso con proposte positive nell’evento è stata la necessità di rivalorizzare eventuali lavoratori con competenze e professionalità non più spendibili (per esempio investire nella formazione professionale - in altro ambito - di chi lavora nelle centrali a carbone che verranno dismesse). Mentre un elemento di natura fiscale che è stato portato all’attenzione della platea è il “Carbon dividends” che ha ottenuto negli USA consensi trasversali (sia da democratici che d repubblicani), e 4 che consiste nel far pagare in misura proporzionale ai consumi la tassa sul carbone, pertanto, chi consuma meno, paga meno, e chi ha uno stile di vita più energivoro e inquinante, paga di più.

Altro intervento interessante è stato quello di un rappresentante di “Fridays for future”, che ha contestato il concetto di gas come energia di transizione ed ha chiesto a Confindustria se pensano di esercitare le giuste pressioni sulla politica anche da parte del mondo industriale, per ottenere leggi che tutelino meglio l’ambiente. Francesco Ferrante, proponendo in chiusura un tavolo di confronto tra F4F e Confindustria, come vicepresidente del Kyoto Club, ha poi ribadito in generale l’importanza di vedere e cogliere l’opportunità di questa necessaria rivoluzione di vita, energetica e di cambio di sistema produttivo.

Rivoluzione per ora complicata anche dall’assenza di regole certe, come nel caso del decreto FER2, ancora non pervenuto. Sono stati inoltre citati alcuni imprenditori coraggiosi per le numerose iniziative innovative e brillanti che hanno creato nuove soluzioni e nuovi prodotti ecosostenibili, con notevole successo e che sono andati sotto il nome di “Green heroes”.

Molta energia umana si sta mettendo in moto in vari settori e a vari livelli, con diverse competenze e sensibilità per risolvere un problema enorme, diffuso a livello globale, e che ha bisogno di tutte le energie possibili, purché siano energie ben indirizzate, consapevoli e in definitiva.,.pulite.


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